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IL VALORE DEL NON FARE

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Il saggio opera senza agire e insegna senza parole.
Le innumerevoli creature emergono
ed egli non se ne appropria.
Le nutre senza renderle dipendenti.
Non si sofferma sui risultati della sua opera
e per questo essi sono durevoli.
(Lao-Tzu Tao Te Ching)
Queste parole eterne esprimono con chiarezza adamantina l’essenza del distacco: il non-fare come matrice di ogni fare.
Fare partendo dal non-fare significa fare senza essere attaccati ai risultati, significa occuparsi della semina, non del raccolto.
All’uomo concerne il fare senza aspettative; il risultato del fare, l’obiettivo, concerne a Dio.
Quando si entra in quel fare che parte da un non-fare, cioè da una quiete, da uno stato di presenza, da una fiducia assoluta che qualunque sarà l’esito sarà perfetto in se stesso, allora il fare stesso, nel suo processo creativo, diventa al contempo l’obiettivo, pago in sé, vittorioso a prescindere dai risultati.
Non riuscire a stare senza fare nulla, senza sempre trovare qualcosa da fare, giudicare il non-fare qualcosa di deprecabile, una perdita di tempo, tutto ciò porta alla nevrosi, all’ansia da prestazione, alla competizione continua con se stessi, al sentire di valere in base al metro della quantità delle cose fatte, alla dipendenza dall’adrenalina, al sentirsi inutili quando si è semplicemente fermi, al non riuscire ad aspettare, a sentirsi a disagio nel silenzio e vuoti quando si è da soli…
Il non-fare non è inerzia, al contrario è condensazione, potenziale al massimo grado, è lo stare tanto importante quanto l’andare, è il silenzio dal quale può sorgere ogni parola, è il vuoto che può contenere ogni cosa, è la noia dalla quale nascono le idee, è la pausa tra le note, che rende possibile ogni melodia.
Franca Soavi
Arte: Van Gogh, Il seminatore
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