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M F X: L’ IDENTITÀ È UNA COMFORT ZONE

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Si parla molto di questi tempi di identità di genere e di identità in generale.
L’identità corrisponde a ciò che senti di essere, senza identità, o con un’identità sbagliata ti senti perso, senti di non essere visto per ciò che sei veramente, senti di non esistere.
Tutti cercano un’identità, qualcosa o qualcuno con cui identificarsi, per sentire che ci sono, per affermare chi sono, per esprimersi.
Sono maschio, sono femmina, sono gay, sono transgender, sono vegano, sono medico, sono architetto, sono sposata, sono single, sono madre, sono sterile, sono buddista, sono di destra, sono di sinistra, sono spirituale, sono ateo, sono vaccinato, sono contro i vaccini, sono interista, sono milanista, sono no global, sono diabetico, sono alcolista, sono animalista, sono ricco, sono povero, sono miope, ecc…
L’identità ti fa sentire meno solo. L’identità ti regala degli amici: tutti coloro che hanno quell’identita’. L’identità è un passepartout che apre luoghi di appartenza, di socialità, di condivisione. L’identità è una comfort zone.
Puo’ sembrare strano, ma anche una malattia può offrire l’opportunità di entrare a far parte di una nuova identità, una sorta di club privato, esclusivo, con tutte le regole, i vantaggi e i privilegi di un vero club.
Quando viene fatta una diagnosi generalmente si producono due effetti solo in apparenza antitetici, ma che nell’assenza sono strettamente connessi: disperazione e liberazione.
Quando mi identifico con la diagnosi, questa mi catapulta in un’identità di malattia e io credo di essere (solo) quello. Insieme all’identità di malattia assumo quindi, quasi sempre inconsapevolmente, anche quella di vittima, incollando così in modo permanente quella definizione di malattia alla mia identità personale.
In questa disperazione che scaturisce dalla nuova maschera che mi sono appiccicato addosso, o che altri mi hanno appiccicato, mi posso sentire (paradossalmente) anche liberato, sollevato, alleggerito.
Quella diagnosi infatti può diventare il contenitore in cui finalmente trovare e mettere tutte le colpe, tutte le cause dei miei mali, in cui esteriorizzare tutti i miei problemi.
Finalmente c’è un’entità suprema, un capro espiatorio, un vaso di Pandora che spiega e dà un senso ai miei malesseri, ai miei guai. Grazie alla malattia io sono salvo, puro, immacolato, senza peccato, finalmente sereno e tranquillo.
Che la malattia possa diventare facilmente un’identità lo dimostra il fatto che molte persone, più o meno consapevolmente, sono così dipendenti dalla propria malattia da non volerne realmente guarire, così affezionate da non volersene separare, così identificate da sentire una specie di irrinunciabile orgoglio di genere; costoro arrivano a sentirsi persino risentiti o offesi quando qualcuno non riconosce o non compatisce la loro terribile condizione.
Recentemente e inaspettatamente ho ricevuto la diagnosi di una malattia.
Fin dal primo momento ho riconosciuto subito che dentro di me si stava costruendo una nuova identità.
Come una vera e propria creatura vivente l’identità della malattia ha una sua nascita e una sua esistenza. Il suo nutrimento sono i pensieri e le credenze relative all’essere quel genere di malato. La diagnosi è la password segreta per entrare nel club esclusivo di quella malattia. I vantaggi del club sono innumerevoli: la fratellanza/sorellanza, la solidarietà, la fedeltà dei membri malati, il sostegno reciproco, la possibilità gratuita di lamentarsi, una certa aura di superiorità data dal senso di sicurezza e certezza che derivano dall’appartenere a un gruppo specifico.
Per godere di tutti questi vantaggi l’unica condizione richiesta è quella di non tradire mai il club, cioè non guarire mai, non uscire mai dell’identità creata dalla malattia.
Alcune persone che hanno compreso questo meccanismo, per non cadere nella trappola dell’identità della malattia, consapevoli di essere molto di più della loro malattia, scelgono di non crederci, fanno cioè la loro vita come se la malattia non ci fosse, la posizione esattamente opposta a quella dei membri del club. Se in questo caso l’attenzione è in toto alla malattia, nell’altro manca però qualsiasi ascolto della malattia, del messaggio che porta.
Una malattia giunge sempre in amicizia. Non ha senso lottare contro la malattia, né certamente arrendersi a lei. È utile dunque un’attitudine che integri entrambi questi due eccessi.
Se la diagnosi di una malattia può diventare certamente una gabbia, essa puo’ anche rappresentare un formidabile messaggio di RISVEGLIO.
Nella mia esperienza è accaduto così. Mentre l’identità della malattia provava a formarsi, io la osservavo e me ne distaccavo. La vera password è rinunciare all’attacamento verso qualsiasi identita’, sapere di essere Uno, nessuno e centomila, mettere e togliere le maschere piu’ appropriate alle varie situazioni, ricordandosi sempre di essere CHI le indossa, vivere simultaneamente su due livelli, su due piani di realtà.
A livello del corpo la tua malattia puo’ essere un meraviglioso campanello di risveglio, un regalo che ti da’ la possibilità di prenderti cura di te nel modo più appropriato; a livello dell’anima sii consapevole di CHI SEI: flusso eterno di Vita che si manifesta ora attraverso questo corpo, ma che nessuna etichetta, nessuna identità, nessuna definizione potrà mai esaurire. TU SEI DI PIÙ, SEI OLTRE. TU SEI.
Franca Soavi
 Foto: Max Yamashita
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