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IL PERDONO

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Si narra che Buddha aveva un cugino malvagio. L’uomo si chiamava Devadatta, era sempre geloso e insisteva per screditarlo.
 
Un giorno, mentre Buddha camminava in silenzio, Devadatta gettò una pesante roccia sul suo cammino con l’intenzione di ucciderlo. Tuttavia, la roccia cadde accanto a Buddha e lui non si fece nulla.
 
Buddha intuì cosa era successo ma rimase impassibile, senza perdere il suo sorriso. Giorni dopo, incontrò di nuovo Devadatta e lo salutò affettuosamente. Molto sorpreso, l’uomo:
– Non sei arrabbiato?
– No, certo che no.
Senza lasciare il suo stupore, Devadatta gli chiese perché.
Buddha gli disse:
– Perché né tu sei più quello che ha gettato la roccia, né io sono più quello che era lì quando è stato lanciato.
 
Questa bella storia ci insegna quanto il perdono sia figlio del momento presente, che è il nostro Io più profondo, la nostra natura divina.
Il rancore ci lega al passato, blocca il flusso della vita e ostacola la naturale espansione dell’essere.
 
Tuttavia, il perdono che scaturisce dalla mente, dall’ego, dalla personalità è un mero sforzo, una fatica, un atto di volontà, un’ipocrisia e come tale il suo potere è limitato, se non nullo.
Perchè il perdono sia reale e possa sprigionare il suo immenso potere di guarigione su tutti i livelli dell’esistenza occorre che origini dalle profondità dell’Essere, da quel reame dell’Essere dove l’umano è uno col divino: occorre che nasca dall’anima, non dalla mente.
 
Quando risiedo nell’anima il perdono sgorga naturalmente, come il profumo da una rosa; il perdono, come la gioia, l’amore e la gratitudine, è infatti una qualità dell’Essere.
 
Non si tratta di un’azione volta a bilanciare un credito. Nel suo significato più alto il perdono è PER-DONO: dono completo, supremo, assoluto, disinteressato, un atto dunque che emana da una pienezza spirituale, dalla consapevolezza di Chi siamo veramente.
 
Quando il perdono accade viene lasciato andare non tanto il (presunto) torto subito, bensì il nostro attaccamento ad esso, la nostra personale reazione, il nostro dolore, l’offesa, la ferita.
Il perdono riporta ordine.
 
Non si perdona l’azione dell’altro, non si perdona perchè o se l’altro lo merita, si perdona quando giunge la consapevolezza che l’altro ha agito indipendentemente da noi, ha agito secondo il suo livello di coscienza, secondo il suo karma, secondo il suo disegno di vita.
 
Tutti gli esseri umani, come luminose stelle di infinite costellazioni, sono magistralmente e inevitabilmente interconnessi secondo un disegno perfetto.
Per cui, ogni evento che mi accade provocato da qualcuno ha un preciso senso per la vita dell’altro e al contempo anche un preciso senso per la mia stessa vita.
Ma solo di quest’ultimo mi è concesso di occuparmi.
 
Ogni situazione che accade, accade PER me, non A ME.
 
Ogni torto subito, ogni tradimento, ogni offesa sono occasioni per uscire dall’archetipo della VITTIMA, quello che ti fa sentire impotente, incapace di reagire, immobilizzato, e per abbracciare l’archetipo dell’EROE: io posso vincere a prescindere da qualunque situazione esteriore.
 
Successo e insuccesso, lode e biasimo, ineriscono al mondo duale, a un livello di realtà superficiale.
 
IO SONO COMPLETO, INCORRUTTIBILE. PERDONO ME STESSO CON PROFONDA MISERICORDIA PER TUTTE LE VOLTE IN CUI MI SONO DIMENTICATO DI CHI SONO E HO POTUTO SENTIRMI OFFESO, FERITO, DEPRIVATO, MANCANTE DI QUALCOSA.
 
Il perdono è quel soffio che ci permette di ritornare alla nostra vera natura, quel ponte tra l’umano e il divino, volo di libertà.
Franca Soavi
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